Alcune riflessioni sul sistema bancario

Torino, settembre 2016

Alcune riflessioni sul sistema bancario

Una banca può guadagnare in tre modi.

Primo: i servizi bancari in senso stretto

Per prima cosa può far pagare ai suoi clienti i servizi bancari che offre: i bonifici, l’incasso di cambiali e assegni, i prelievi effettuati ai bancomat o i pagamenti elettronici più comuni, l’incasso di cedole o dividendi, il pagamento delle bollette, ecc. In questi casi addebita commissioni per ogni operazione, oppure un canone periodico a forfait. La fornitura dei servizi bancari ai propri clienti non comporta alcun rischio patrimoniale per la banca.

Secondo: i servizi bancari per l’investimento

La seconda fonte di ricavi per una banca consiste nel fornire ai clienti servizi per investire i risparmi. Dalla semplice attività di intermediazione (il cliente compra dei BOT o delle azioni in borsa e la banca gli addebita delle commissioni per il servizio) alla ben più lucrosa vendita di prodotti finanziari. Questi ultimi confezionati dalla banca stessa o da società specializzate che usano la banca come canale di vendita, riconoscendole gran parte dei profitti legati a questi prodotti. La vendita di fondi, polizze, il collocamento di certificati, obbligazioni, sicav, e chi più ne ha più ne metta consentono alla banca di far pagare ai clienti commissioni (di gestione, di collocamento, occulte o meno, ricorrenti o una tantum) che vanno a rimpinguare la voce ricavi dell’istituto.

E’ chiaro che anche in questo caso la banca non corre rischi patrimoniali. Infatti, i soldi investiti nei prodotti finanziari appartengono ai clienti e se questi prodotti scendono di prezzo sono i clienti a rimetterci; la banca continua a incassare commissioni anche se i fondi o le polizze che ha collocato vanno male.

Terzo: l’erogazione del credito

Questo è il metodo più rischioso per la banca: in questo caso essa può anche perdere.

Tipicamente una banca guadagna prestando denaro ai suoi clienti e ricavando da questi prestiti degli interessi. Dove prende però i soldi per concedere i prestiti?

Innanzitutto può usare il capitale sociale, cioè il denaro che i proprietari della banca hanno versato e che rappresenta capitale di rischio. Può inoltre utilizzare il denaro degli altri clienti della banca (quelli che non chiedono i prestiti, ovviamente) parcheggiato sui conti correnti, oppure investito in altri strumenti finanziari emessi dalla banca come per esempio certificati di deposito, obbligazioni, ecc.

Per fare un esempio molto semplice: la banca emette una obbligazione con scadenza due anni e tasso di interesse 6%. Con i soldi raccolti cerca di prestare denaro ai suoi clienti, facendosi pagare mediamente l’8%. In questo modo lucra un margine di interesse del 2%, pagando interessi al 6% e incassando l’8% dai suoi debitori.

I rischi per l’isituto di credito

E’ chiaro che questa attività presenta un rischio: se i debitori della banca non riescono a restituire i soldi presi in prestito, saranno i soldi dei soci (gli azionisti) a coprire il buco. I clienti della banca, invece, che hanno depositi, o hanno comprato le obbligazioni della banca, non si accorgeranno di nulla.

Addentriamoci un po’ in questo meccanismo, cercando di semplificarlo. Quando una banca fa un prestito, poniamo di 100 euro, può usare 85 euro di denaro altrui (le somme raccolte in varie forme dai suoi clienti) e 15 di capitale proprio (le proporzioni sono all’incirca queste, in base alla normativa attuale). Dopo un anno, ai tassi ipotetici detti sopra (pago il 6% ai creditori, incasso l’8% dai debitori) dovrebbe restituire circa 90 ai suoi correntisti/clienti, mentre riceverebbe 108 dal debitore. L’utile sarebbe quindi di 3, che spetta ai soci che hanno messo 15 di capitale, e rappresenta il 20% di utile sul loro investimento.

Ovviamente la banca fa molti prestiti, di vario tipo (mutui, finanziamenti, anticipo su crediti commerciali, prestiti personali, ecc.) e di varia durata, e finchè i debitori pagano tutto fila liscio.

Se qualcuno non paga le rate

Se però qualche debitore comincia a rimanere indietro con le rate del mutuo, smette di pagare il finanziamento, ecc. La banca deve considerare che il denaro prestato possa non tornare indietro per intero.

Torniamo all’esempio di prima, e ipotizziamo che si tratti di un mutuo ipotecario. Il debitore è insolvente e la banca si rivarrà sulla garanzia fornita al momento del finanziamento. Metterà quindi in vendita la casa del debitore e con il ricavato coprirà quanto dovutole, interessi compresi.

Se però riuscisse a ottenere dalla vendita dell’immobile del debitore, poniamo, solo 97, dovrebbe comunque restituire 90 ai suoi clienti. I 15 di capitale iniziale sarebbero ridotti a 7, con una perdita per gli azionisti/soci di 8.

Per giunta, per ovvie ragioni di solvibilità del sistema, gli azionisti sarebbero obbligati a ripristinare subito il capitale a 15, senza aspettare eventuali utili futuri su altre operazioni. Se ciò non avvenisse il margine di sicurezza per “quelli che non c’entrano niente”, e cioè i depositanti della banca, sarebbe troppo esiguo.

L’esempio serve solo a mostrare il meccanismo; purtroppo la realtà è più articolata. Vediamo perchè.

Un estratto della realtà bancaria

Se la banca non riuscisse a vendere la casa del suo creditore, si troverebbe a dover stimare il valore di recupero del credito, senza averne la certezza. Potrebbe accadere anche che la stima, fosse un po’ troppo ottimistica, anziché prudenziale. Ecco quindi che gli amministratori della banca potrebbero dire ai soci al momento della relazione sul bilancio: “Signori soci, il debitore Sig. X che ci deve 108, non riuscirà a pagarci. Niente paura, noi abbiamo in garanzia la sua casa che vale 150 e ci rifaremo facilmente del nostro credito. Inoltre, prudentemente, stimiamo che non riusciremo a recuperare 108, ma solo 106, quindi svalutiamo il nostro credito nel bilancio. Detto ciò abbiamo ancora un utile di uno”.

Quindi gli amministratori della banca tenderanno sempre a prospettare la situazione dei crediti “difficili” un po’ più rosea di quel che è. Se la rappresentassero davvero in tutta la sua crudezza emergerebbero perdite per gli azionisti. Questi ultimi, richiamati per giunta a ricostituire il capitale e quindi versare altri soldi nella banca, ben difficilmente rinnoverebbero al fiducia agli amministratori. Probabilmente revocherebbero loro il mandato cercandone altri più accorti.

La vigilanza bancaria

Gli organi di vigilanza però, a tutela di tutti, azionisti, obbligazionisti, clienti e creditori della banca, dovrebbero concettualmente impedire questo costante e duraturo “ottimismo”. Sarebbe suffuciente un’azione di verifica e controllo sullo stato di salute degli attivi molto incisiva.

Il problema dei crediti deteriorati

Il tono didascalico serve a introdurre uno degli argomenti più caldi del mercato finanziario italiano, quello dei cosiddetti NPL. Acronimo inglese, Non Performing Loan appunto, che identifica i crediti deteriorati.

La comprensione di alcuni meccanismi mette bene in luce come sia stato possibile accumulare così tanti crediti inesigibili nel sistema bancario italiano. Gli amministratori hanno valutato troppo ottimisticamente nel tempo la possibilità di recupero dei crediti incautamente concessi dalle loro banche. Gli organi di vigilanza sono stati compiacenti nei controlli, anche perché, come spiegato poco sopra, si parla di stime di recupero nel caso di crediti non più esigibili.

Inoltre, evidenziare questo fenomeno con ogni probabilità avrebbe significato un cambio ai vertici di moltissime banche. Inoltre, l’obbligo per gli azionisti/soci di ricapitalizzare i patrimoni degli istituti di credito.

Purtroppo in Italia il sistema bancario è, per motivi specifici, molto sottocapitalizzato. I soci delle principali banche non sono soggetti economici con una forza patrimoniale in grado di sostenere le traversie del settore del credito.

Il problema del capitale delle banche

Per fare i banchieri ci vogliono tantissimi soldi. Infatti, anche quando le cose vanno molto bene la banca può avere bisogno di capitale aggiuntivo.

Torniamo al nostro esempio: raccolgo dai miei clienti 85, ho 15 di capitale e presto 100. Ma se aumento la clientela e raccolgo altri 85, per prestare altri 100 devo mettere di nuovo 15 di capitale.

Quindi al crescere della raccolta e degli impieghi (che significa che la banca prospera) i soci devono essere pronti a seguirne il successo con capitale fresco.

Qualcuno dirà: “ma se ho una banca che va così bene non farò fatica a trovare altri soci!”

Certo questo è vero, ma i nuovi soci potrebbero poi prendere il sopravvento nel controllo della banca. A quel punto la controllerebbero loro, e nominerebbero loro gli amministratori, i dirigenti, ecc. ecc. Insomma, pian piano la banca sarebbe sì prospera, ma con assetti societari diversi da quelli iniziali.

In Italia però, per ragioni storiche, il sistema bancario è stato quasi totalmente pubblico fino agli inizi degli anni ’90.

In origine era il sistema bancario pubblico

Vi erano gli Istituti di credito di diritto pubblico, che erano enti caratterizzati dall’esistenza di un patrimonio. Esso veniva conferito originariamente sia da privati, sia dallo Stato e da altri enti pubblici, allo scopo di soddisfare bisogni pubblici mediante l’esercizio di operazioni di credito.
Erano istituti di credito di diritto pubblico il Banco di Sicilia, il Banco di Napoli, la Banca Nazionale del Lavoro, l’Istituto Bancario San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e il Banco di Sardegna. Essi avevano, per definizione del legislatore, natura pubblicistica e personalità giuridica di diritto pubblico.

La trasformazione degli anni ’90

La legge 218/1990 (cd. legge Amato) introdusse la possibilità per le banche pubbliche di assumere con trasformazioni o fusioni la forma di società per azioni. Il che consentiva una maggiore snellezza operativa e decisionale e più celeri forme di ricapitalizzazione. Inoltre, il nuovo quadro giuridico rendeva possibile, da parte dell’ente creditizio pubblico, il conferimento dei rami d’azienda operativi (in pratica gli sportelli, gli addetti, i contratti con clienti e fornitori) a una o più società per azioni già esistenti ovvero appositamente costituite. Queste società sono divenute le banche come le conosciamo ora.
Tutti gli istituti di credito di diritto pubblico decisero di assumere la forma di società per azioni. Le azioni delle banche furono in parte collocate in borsa con operazioni di privatizzazione, ma il grosso rimase in seno alle Fondazioni bancarie. Queste ultime, giova ricordare, “sono persone giuridiche non profit, private e autonome, che perseguono esclusivamente scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico” (legge-delega Amato-Ciampi, e poi legge 461/1998 e Dlgs 153/1999).

A queste banche bisogna aggiungere le tre “Banche di interesse Nazionale”: Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma. Esse erano di proprietà dell’IRI, ente pubblico nato nel 1933 per iniziativa di Mussolini al fine di evitare proprio il fallimento delle tre banche in questione a causa delle gravi ripercussioni della crisi del 1929.

Il presente

Dal 1992 in poi ci sono state tutta una serie di fusioni, acquisizioni, salvataggi più o meno conclamati. Nonostante ciò il grosso delle azioni delle banche italiane è detenuto ancora dalle Fondazioni Bancarie. E le Fondazioni, quando la banca produce utili e distribuisce dividendi, essendo enti no-profit fanno ricadere a pioggia questo denaro con iniziative benefiche e culturali. Se la banca ha bisogno di essere patrimonializzata però, per loro natura non hanno la capacità economica per sostenerla.

L’attività creditizia è una attività rischiosa di per sé. Cause storiche hanno portato risparmiatori e investitori a guardare forse con eccessiva fiducia per molto tempo al sistema bancario italiano. Ora un atteggiamento più critico, anche alla luce delle considerazioni sopra esposte, è doveroso nella valutazione degli strumenti finanziari, azioni e obbligazioni, emessi dalle banche.

Questo articolo rappresenta le opinioni dell’autore.

Esso non può in nessun modo essere inteso come una raccomandazione a comprare, vendere o cercare in altri modi esposizione a investimenti.

Marco Vinciguerra

Marco Vinciguerra

Socio in Tokos
Esperto di obbligazioni, ha gestito fondi comuni e portafogli assicurativi e previdenziali. Dal 2000 è consulente per gli investimenti di clienti privati e istituzionali.
Marco Vinciguerra

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