Torino, giugno 2016

To leave or not to leave… Brexit strategy

I mercati finanziari di questi giorni di metà giugno, per spiegare ogni movimento inconsulto, si sono aggrappati alla Brexit, ovvero al referendum Inglese del 23 giugno sull’adesione al progetto Europeo. Per quanto ci riguarda, l’unica conseguenza di rilievo vista finora è stata la variazione del cambio: la sterlina dal novembre scorso ha perso circa il 12% contro l’Euro.

Inoltre, c’è stata una cacofonia di interventi (fondo monetario internazionale e altri) che hanno detto, in vari modi, che chi vota per uscire diventa cieco. O raddoppia il deficit. O perde mille mila miliardi.
Dato che, ahimè, io ho memoria dell’accuratezza previsoria, forse è meglio fare un po’ il punto del passato. Tralascio l’esame del contenuto dell’accordo soggetto a referendum, si trovano facilmente analisi su internet, a esempio questa.
Le borse non hanno discriminato in maniera significativa tra paese e paese da giugno scorso, quando c’è stato il negoziato tra l’Europa e l’Inghilterra, le borse Europee sono state coerenti a loro stesse: hanno perso tutte, e hanno perso tutte più o meno lo stesso, circa il 20%.

Ora, un grezzo fabbro dei mercati come me si sarebbe aspettato qualche divergenza, tipo l’Inghilterra che scende (o sale) molto di più, o che I partner commerciali più stretti subissero shock maggiori. Invece, al di fuori del “sound and fury”, e di Spagna ed Italia con I loro guai bancari e politici, -15% sembra la norma.

I tassi sono scesi sostanzialmente in pari misura in Inghilterra e sul continente.
Negli ultimi sei mesi, il rendimento del titolo di stato inglese a 10 anni è sceso di 0,8%, sulla Germania la discesa è stata di 0,6%.

Quindi, se al di la dei segni negativi non ci sono state grandi differenze di andamento, qual’è il punto di discontinuità? Dato che non lo troviamo nel passato, vediamo la propaganda degli uni e degli altri.

FMI
L’uscita dall’Europa causerebbe una spirale negativa in borsa e nel mercato immobiliare Inglese.
Lagarde non è famosa in Inghilterra per la sua palla di cristallo: quando l’attuale governo conservatore preparò una manovra economica di tagli di spesa e di tasse per combattere il debito pubblico, l’FMI disse che era una pessima idea. E sbagliò clamorosamente, al punto che all’ennesima punzecchiatura da parte dei giornalisti, la Lagarde chiese se “Devo mettermi in ginocchio?” per chiedere scusa a George Osborne per l’errore.
D’altronde, l’FMI quando parla di Europa ha un track record da difendere: aveva già sbagliato ad ammonire la Norvegia, quando decise di tenersi la corona norvegese, e l’Irlanda, quando spingeva per aumentare la tassazione locale. Non è detto però che sbaglino sempre: investire diventerebbe troppo semplice, se bastasse consultare l’FMI e poi fare il contrario.

Germania
La voce della Germania in questo caso è stata più pacata: il punto centrale è stato un intervento del ministro Schauble su Der Spiegel: è stato l’unico finora a osservare che i mercati potrebbero anche avere già scontato l’uscita (bontà sua), e che ci sarebbe comunque un periodo di due anni per definire le condizioni di uscita. Ma soprattutto, identifica il nocciolo del problema, cioè che il referendum è il sintomo di una percezione di “deficit di democrazia” da parte dei cittadini, non solo inglesi, tant’è che si chiede cosa farebbe l’Olanda in caso di uscita dell’inghilterra, ed auspica un taglio alla burocrazia.

Giovanni Ponzetto
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Giovanni Ponzetto

Socio in Tokos
Si occupa dal 1988 di investimenti finanziari.
Ha lavorato come gestore per primari gruppi finanziari e assicurativi.
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